La storia di Romeo

Agosto è tempo di ferie per tanti e avendo un po’ di tempo libero ne approfitto per fare alcune considerazioni; perdonatemi se per una volta vado fuori tema. I prossimi mesi sono una opportunità per i più giovani ma purtroppo non vedo un ricambio generazionale.

Di recente mi è capitato di vedere un fuori onda del 1971 in cui il presentatore de “La Domenica Sportiva”, Alfredo Pigna, cercava di convincere a partecipare alla sua trasmissione Romeo Benetti, classe 1945, professione calciatore con 55 presenze in nazionale, vincitore di 2 Scudetti, 5 Coppe Italia e 2 Coppe Europee. Il povero Benetti, che a quel tempo giocava nel Milan e non voleva essere invitato, cercava di dribblare il giornalista più o meno con queste parole: “Ma per favore Sig. Pigna, non mi faccia questo che poi la gente in autobus mi riconosce e non riesco più a liberarmene. Ci sono tanti altri compagni di squadra, chieda a loro, vedrà che qualcuno lo trova”. La paura del nostro Romeo non era quella di essere derubato dell’orologio d’oro o di essere preso in ostaggio sotto casa, ma solo che l’affetto della gente lo avrebbe fatto ritardare agli allenamenti, che erano il suo lavoro e gli permettevano di mangiare tutti i giorni. In quegli anni gli sportivi non erano riconoscibili fuori dai campi e il massimo dell’esposizione mediatica era la figurina Panini. Non esisteva Internet e la TV aveva due soli canali: il Primo e il Secondo. La Domenica Sportiva era il programma di punta del Primo Canale e parlare per diversi minuti gli avrebbe dato una esposizione mediatica tale che il suo tasso di notorietà sarebbe cresciuto esponenzialmente. A quel tempo venivano intervistati in video solo i capitani delle squadre che di conseguenza avevano una certa notorietà e quando Benetti camminava per strada con Rivera, il suo capitano, sapeva cosa voleva dire essere riconosciuto e fermato. Insomma, la sua unica paura era di non riuscire più a gestire la privacy. Alla fine il giornalista lo convinse, forse pagandogli una cena o magari invitandolo alla mensa della Rai.

I punti da prendere in considerazione sono diversi. In quegli anni le squadre di calcio erano osannate ancor più di oggi ma tutto rimaneva dentro allo stadio. A parte qualche bandiera, di solito i capitani, gli altri erano gregari, svolgevano un lavoro come qualunque altra persona, non erano ricchi e non si atteggiavano. Non che facessero la fame, ma considerando che la carriera di uno sportivo dura una quindicina di anni, bisognava pensare al dopo risparmiando qualche soldo e prepararsi a svolgere un’altra professione. Sapevano di essere fortunati perché facevano qualcosa che gli piaceva ma non ne approfittavano, quando c’era da lavorare si lavorava e alla sera si andava a letto presto. Erano parte di una società che aveva quella mentalità, prima il dovere e poi, se rimaneva tempo, un po’ di piacere.

Tutte le professioni, anche quelle più nobili che allora si potevano identificare nei medici o negli ingegneri, permettevano di vivere agiatamente ma senza eccessi e ognuno era parimenti orgoglioso del lavoro che svolgeva perché sapeva che nel suo piccolo era utile alla società come chiunque altro e questo gli veniva riconosciuto in qualunque momento. Ogni bambino aveva l’ambizione di svolgere un giorno una professione nobile (il dottore non il calciatore) perché credeva che in quel modo avrebbe fatto del bene in misura maggiore, ma se non fosse stato all’altezza di quel compito andava benissimo qualsiasi altro lavoro che era in grado di svolgere bene. Mi ricordo che quando ancora non avevo cominciato la scuola primaria, la mia ambizione era quella di diventare l’autista del servizio di nettezza urbana. Consideravo quel lavoro come il massimo per un paraculo visto che i due addetti che si trovava appesi al retro del camion dovevano sballottarsi (a mano) cassonetti di qualche decina di Kg, senza che acqua, neve o tempesta potessero fermarli. I miei genitori speravano che io potessi svolgere “un lavoro in cui non ci si sporca”, qualunque tipo di lavoro purché pulito, così quando dopo qualche anno mi si è palesato un lavoro serio nel settore dell’informatica, che a quel tempo cresceva a due cifre, anche per loro è stato un successo. Erano andati oltre alle loro aspettative, si era avverato un sogno.

Era un Italia povera e felice dove si avevano poche pretese. “Povera e Felice” si dice oggi parlando nostalgicamente di quei tempi, ma in realtà non era mica tanto povera. Era tra le prime sette superpotenze economiche mondiali, forse la vita era meno agiata rispetto ad oggi ma definirla povera non è corretto. La differenza rispetto ai giorni nostri è che si remava tutti nella stessa direzione ma soprattutto remavano tutti.

Facciamo un salto di mezzo secolo e tutto si è completamente ribaltato. Oggi tutti i ragazzi devono diventare calciatori o veline e se proprio gira male ci si può adattare a fare i tronisti. Questa è l’aspettativa nella maggior parte delle famiglie per ogni nuovo nato, cosi vent’anni dopo ci ritroviamo famiglie disilluse e ragazzi frustrati. A volte non vedono altre vie di uscita anche quando gli si ricorda che non si tratta di un fallimento. Il problema di base era la loro esagerata ambizione, visto che, realisticamente, non possono diventare tutti influencer altrimenti ognuno la racconterebbe solo a se stesso. Quando si entra in questo vicolo cieco il ragionamento suona più o meno così: “dopo tutto quello che ha fatto nostro figlio non può andare a fare un lavoro “normale”, ha studiato musica e danza fin da bambino vincendo decine di premi pur facendo sport giovanile a livello nazionale”. Ma non suona meglio neanche “hai una laurea in Scienze Politiche, invece di fare l’operaio è meglio se ti prepari per il prossimo concorso”.

Oltre all’errore di fondo causato dal possedere un grande ego, a volte queste famiglie compiono anche l’errore di puntare su un unico cavallo. Tutto sulle spalle del povero figlio unico su cui sono riposte le speranze di scalata sociale della famiglia. Ma continuare a puntare su quella unica possibile soluzione ben oltre il lecito è anche peggio. Facendo progetti alla nascita per i figli si sbaglia perché magari si desidera che facciano quello che loro non vogliono fare, ma anche nel caso lo volessero magari non sono in grado di farlo. Se in serie A possono arrivare 30 calciatori per ogni annata per ogni 100.000 che iniziano a giocare, santiddio, dovrebbe essere piuttosto chiaro che ti va molto di lusso se tuo figlio diventerà calciatore professionista. Se il mondo dello spettacolo ogni anno richiede un centinaio di nuove veline, cantanti, ballerine e via dicendo, con tutto il bene che si può volere ad una figlia e nonostante tutti i corsi di musica, canto e danza a cui la si può sottoporre, mi sembra abbastanza palese che il suo talento potrebbe non essere all’altezza del compito che gli è stato affidato. Ad un certo punto si deve saper rinunciare e questo non deve capitare quando il piccolo di casa è arrivato alla soglia dei quarant’anni. Spesso i sogni sono destinati a rimanere tali (soprattutto quelli esagerati) e non è giusto dire “ci abbiamo provato” perché a quel punto ci si è rovinati la vita.

Vivendo in una società dove in troppi hanno coltivato per anni i propri sogni di gloria senza essere stati capaci di capire quando era il momento di rimetterli nel cassetto, ora ci troviamo ad avere un’industria zoppicante, diplomati e laureati in settori che non servono e una folta schiera di disoccupati. Ma quel che è peggio è che abbiamo costruito un mondo vuoto di contenuti dove l’unica ragione di esistere è quella di essere messi sotto ai riflettori.